I Valdina, che il genealogista Mugnos vuole originari dell'antichissima famiglia di principi
goti Whart, si trasferirono in Sicilia intorno al 1470.
Capostipite sull'isola di questa famiglia fù, Andrea Valdina reggente dell'ufficio
di Maestro Notaro della Gran Corte, Capitano d'Armi e Vicario Generale di Val di
Noto contro i Turchi.
Grazie alle fortune accumulate al servizio di re Giovanni d'Aragona, acquistò nel 1507 la
Baronia di Raccuia da Pietro Orioles e nel 1509 la Baronia di Rocca e Maurojanni dal Pollicino,
e decise di stabilire a Rocca la sua dimora.
La sua residenza diviene il castello che molto probabilmente fece erigere
su di una struttura preesistente privilengiandone, da uomo d'armi quale è, il ruolo di
fortezza.
Morì nel 1515 e gli succedette, nella carica di Maestro Notaro della Gran Corte, il figlio
Francesco, che ottiene nel 1549 di fregiarsi del titolo di "Don", ma che aliena, sempre
nello stesso anno, la Baronia di Raccuia.
Le proprietà ed i titoli si trasmettono da Francesco, al figlio Andrea II detto il vecchio
che ottiene un posto, il XX, nel parlamento del regno. Per le cariche rivestite la famiglia
trascorre in questo periodo più tempo a Palermo che a Rocca, ma i lavori al castello continuano.
Andrea II muore a Palermo nel 1577 e gli succede il nipote Andrea III detto il giovane.
Questi sposa Laura Ventimiglia, dei baroni di Regiovanni, e s'investe del titolo di Barone di Rocca
e Maurojanni.
Il primogenito di Andrea II, Maurizio, divenne barone nel 1589 alla morte del padre, ma
l'anno seguente anch'egli morì a Palermo all'eta di 22 anni, lasciando desolate la giovane sposa,
Caterina Lucchesi Lo Porto, e la madre. Quest'ultima ne fece trasportare la salma a Rocca
insieme a quella di Andrea Valdina, capostipite della famiglia, morto anche lui a Palermo.
Per l'amato figlio la Ventimiglia commissionò un sarcofago all'architetto fiorentino Camillo
Camilliani che fù posto nella chiesa madre di Rocca nel 1603.
Il titolo e le proprietà passarono quindi al fratello di Maurizio, Pietro la cui abilità
militare e amministrativa portò la famiglia al massimo splendore.
In particolare ricordiamo la sua partecipazione militare ed economica nella guerra
franco-spagnola per la successione del ducato di Mantova tra il 1627 e il 1631, dove riportò
come maestro di campo del primo reggimento delle fanterie siciliane un'importante vittoria sul
ponte Carignano. Si distinsero nel mestiere delle armi anche il fratello Carlo, balì di Malta, e
l'altro fratello Federico capitano di fanteria.
Grazie ai successi militari al servizio di Federico IV, fù nominato nel 1623 Marchese di Rocca,
con facoltà di aggiungere il suo nome a quello del feudo cosicchè Rocca divenne Roccavaldina,
e nel 1642 ottenne la promozione del feudo di Maurojanni in Principato con il cambiamento del nome
in Valdina, divenendo così il primo Principe di Valdina.
Inoltre ricordiamo che fù pretore di Palermo nel 1637 e 1640 , nel 1647 fù nominato
vicario generale per la penuria de' grani a Taormina, sedò l'insurrezione a Palermo di
Giuseppe Alessi, fù maestro notaio della Regia Corte, fù deputato come barone prima, come
marchese dopo, ed infine fù ambasciatore in Messina presso Don Giovanni d'Austria del
senato di Palermo.
Nelle relazioni con le autorità ecclesiastiche ottenne il cambiamento dei Frati Domenicani del
Conventino del Rosario in Rocca con quelli del Terz'Ordine Regolare Francescano, sbarazzandosi
così degli ingombranti e pericolosi Domenicani, legati all'Inquisizione.
Poco prima di morire, nel 1652, combinò il matrimonio del suo primogenito Andrea IV con
Laura Vignolo figlia di un ricco mercante d'origine genovese.
Alla morte di Andrea IV, nel 1660, gli successe il figlio Giovanni, detto il Vignuolo.
Uomo bizzarro, mistico e forse di larghe vedute sociali, per le idee manifestate con il suo
testamento, colto e raffinato trasforma il Castello in Villa gentilizia e lo arricchisce
di opere d'arte traghettando in Sicilia gli echi dell'Illuminismo.
Morì scapolo e senza figli nel 1692.
Vale la pena citare il suo testamento per conoscere meglio il personaggio:
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" ... dichiaro, istituisco e nomino per mia erede universale l'Anima mia per doversi
in suffragio, et beneficio di essa impiegare et erogare tutti i suddetti
miei beni in diverse opere pie come appresso si esprimerà ...
subito dopo la mia morte e senza interposizione di dimora alcuna, siano celebrate
6000 messe piane nella Matrice di Rocca, ed una cantata nella Chiesa di Loreto...
" |
La sua morte dovette, a causa degli interessi in gioco ed in assenza di eredi diretti,
suscitare bramosie ed intrighi d'ogni sorta. Il testamento fu pubblicato due anni
dopo la morte, fu impugnato ed il Principe giudicato pazzo.
Parte dei beni, tra cui il castello, ed i titoli furono ereditati nel 1703 dal parente
più prossimo il cugino Francesco Valdina, mentre i quadri, tra cui sembra alcuni
Rembrandt, gli argenti di gran valore ed altri beni andarono dispersi.
Con Francesco inizia il declino della famiglia Valdina, legato anche a quello del
territorio di Messina e di tutta la Sicilia, tanto che nel 1706 vende il titolo di
Principe di Valdina al duca di Giampilieri don Giuseppe Papè.
Il figlio Giovanni Valdina "Whart", che gli succede,
vende il titolo di Marchese della Rocca a don Camillo de Gregorio nel 1764,
mantenendo il titolo di Barone di Roccavaldina.
La baronia e il castello vengono trasmessi negli anni successivi anche per discendenze
femminili e si assiste all'unione tra la nobiltà e la nascente borghesia del tempo.
La figlia di Giovanni Whart, Vittoria, sposa Giuseppe Martino, gli succede
quindi il figlio Tommaso Martino Valdina. Si succedono poi i due
figli di Tommaso, Salvatore e Casimira. Quest'ultima sposa Luigi
Atanasio e la loro figlia Giovanna può considerarsi l'ultima erede della famiglia.
Infatti Giovanna sposa Francesco Paolo de Spucches, che con il matrimonio
diventa il Barone di Roccavaldina, e alla loro morte mancando eredi diretti
il titolo e le proprietà vengono ereditate dalla sorella Gaetana de Spucches.
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